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Archive for the ‘Calcio’ Category

L’Inter non sa più vincere - Bologna 0 Inter 0

Posted by davide On August - 31 - 2010ADD COMMENTS

Dopo la doccia fredda della Supercoppa Europea, un altro mezzo passo falso per gli uomini di Benitez.

di Davide Bordini

inter_big1La partita è bruttina e non consegna al tabellino del cronista azioni memorabili. L’Inter, senza Maicon fuori per un colpo al ginocchio, schiera Zanetti sulla destra e Mariga nel mezzo a fianco di Cambiasso. Partenza discreta dei nerazzurri, buona gestione del possesso ma, come troppo spesso accade nelle ultime partite, nemmeno un tiro in porta. E così al quarto d’ora è il Bologna a presentarsi con Gimenez dalle parti di Julio Cesar. Dopo i tentennamenti iniziali i rossoblu prendono coraggio e tengono in mano il pallino della gara, controllando bene, non concedendo spazi e ripartendo in contropiede. L’Inter, invece, prova a gestire il pallone, senza riuscirvi, e subisce le ripartenze avversarie, nonostante non si scopra più di tanto. Il punto dolente è la scarsa dinamicità dei quattro davanti che non coprono e faticano parecchio a ripartire in velocità, dettando il passaggio. In generale, tutta la squadra sembra ancora lontana dalla miglior condizione. Il primo tempo, dunque, scivola via così. Solo due sussulti nel finale, merito di Sneijder che impegna un ottimo Viviano prima con un tiro a giro diretto all’angolino basso, poi su punizione.

Nella ripresa l’Inter migliora. Cresce parecchio Eto’o che ritorna nel vivo del gioco e aumenta il dinamismo di Sneijder. Clamorosa la traversa del centravanti camerunese su assist di Coutinho, subentrato ad uno spento Pandev. Il Bologna scompare dal campo ed è assedio. Ma è un assedio all’arma bianca, non il frutto di una supremazia nel gioco. L’impressione è che alla squadra manchino la fluidità e la sicurezza mostrate nella passata stagione. In particolare, i movimenti e gli inserimenti senza palla a cui eravamo abituati sono spariti quasi del tutto. Su questo l’Inter aveva costruito le proprie fortune: sulla capacità di aggredire lo spazio, di occuparlo per poi ripartire in velocità con sei/sette uomini. Due tocchi al massimo, una trama fitta di passaggi veloci e il gioco totale degli esterni d’attacco che lavoravano in fase difensiva e offensiva: in questo contesto si esaltavano le qualità di Sneijder, la sua rapidità di gamba e di pensiero. Tutti coprivano, recuperavano palla, si smarcavano e si riproponevano in avanti. Nulla di tutto ciò si è visto in campo a Bologna. Sicuramente la condizione fisica non eccellente gioca un ruolo importante. La sensazione, però, è anche che Benitez debba lavorare a fondo anche sulla psicologia di questa squadra, che sembra avere smarrito quella rabbia e quella veemenza che la contraddistinguevano. Mourinho aveva dato a questi giocatori orecchie per ascoltare “il rumore dei nemici”. In una parola: stimoli. In questo senso la sua intuizione era stata geniale. L’invenzione del nemico che preme alle porte trasforma l’obiettivo sportivo in necessità dettata dall’istinto di sopravvivenza. Il portoghese sapeva – e sa – che quando si gestisce un gruppo vincente si rischia di commettere l’errore di pensare che i giocatori possano vincere le partite da soli, unicamente in ragione del fatto che hanno già conquistato tutto. Ma è proprio in questi casi che la figura dell’allenatore diventa decisiva, e non tanto per la sua competenza tecnico-tattica, quanto piuttosto per la sua capacità di motivare nuovamente un gruppo con un anno in più ma, soprattutto, con quattro titoli in più. Chiaramente lo spartito di Mourinho reca in sé una partitura che non può più essere suonata in questa Inter. Benitez dovrà trovare la propria melodia, marcando il segno della sua differenza nella continuità. Questa è la transizione morbida di cui c’è bisogno. L’Inter non ha ancora smarrito la strada, e con il Bologna si sono visti comunque dei miglioramenti rispetto al venerdi nero di Montecarlo. Dai Campioni d’Europa, però, ci si aspetta (legittimamente) molto di più.

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Poker del Milan contro il Lecce

Posted by redazione On August - 30 - 2010ADD COMMENTS

Poker del Milan contro il Lecce

Milan 4 Lecce 0

di Raffaele Gomiero

ibra-maglia-milanL’arrivo di Ibraimovich ha fatto sicuramente bene a rossoneri. Al 16’ del primo tempo Ambrosini propone a Pato un pallone che il brasiliano con precisione mette in rete, al 28’stessa azione ma cambia il protagonista dell’assist che questa volta è Ronaldinho. Pato si prende il lusso di superare anche il portiere del Lecce Rosati. Pochi minuti dopo anche Thiago Silva è protagonista con un bel  gol scaturito da una grande mischia stile rugby in aera di rigore dove il difensore rossonero ha la meglio su tutti. Alla fine del 45’ del secondo tempo Inzaghi chiude il Poker buttando dentro la palla del quarto gol su proposta di Gattuso. Gol numero 122 in maglia rossonera per SuperPippo, Pato momentaneo capocannoniere, ma sopratutto prima vittoria in assoluto per Allegri. Difficile pensare ad un avvio migliore per il Milan.

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42662-quagliaBARI-JUVENTUS 1-0

MARCATORE: Donati al 43′ p.t.

BARI (4-4-2): Gillet; Belmonte, A. Masiello, Rossi, S. Masiello; Alvarez (46′ s.t. Pulzetti), Gazzi (16′ p.t. Donati), Almiron, Ghezzal; Barreto (31′ s.t. Castillo), Kutuzov. (Padelli, Raggi, Parisi, Rivas). All. Ventura.

JUVENTUS (4-4-2): Storari; Motta, Bonucci, Chiellini, De Ceglie; Krasic (1′ s.t. Martinez), Felipe Melo (18′ s.t. Sissoko), Marchisio, Pepe (13′ s.t. Lanzafame); Quagliarella, Del Piero. (Manninger, Grygera, Legrottaglie, Ferrero). All. Delneri.

ARBITRO: Banti.

NOTE: giornata calda, spettatori 30.000 circa. Ammoniti: Marchisio, Bonucci, Belmonte. Recupero: 4′ p.t., 3′ s.t.

di Lorenzo Pallotti

gol-donatiLa nuova Juventus di Andrea Agnelli, Marotta e Del Neri debutta nel peggior modo possibile subendo una netta sconfitta da parte di un ottimo Bari schierato da Ventura. Un risultato che non deve però sorprendere:i pugliesi giocano a memoria da più di un anno e anche nello scorso campionato in casa hanno battuto parecchie big, tra cui l’Inter capolista, grazie a un gioco basato sul fraseggio in campo, ottime spaziature e improvvise accelerazioni. Del Neri si è invece ritrovato a fine (?) di questa campagna acquisti in piena emergenza di forze a disposizione tra giocatori fuori rosa, giocatori calciatori ceduti e i nuovi arrivi che non hanno ancora messo piede a Vinovo. Paradossalmente così la Juventus andata in campo a Bari, dopo un ritiro di oltre due mesi, non aveva mai giocato assieme nemmeno un minuto e questo fatto è subito stato evidente agli occhi degli spettatori. In attacco causa infortuni e partenze celebri il giovincello Del Piero ha

giocato la seconda partita in 3 giorni e il nuovo acquisto Fabio Quagliarella, arrivato direttamente sul terreno di gioco dopo le visite mediche, ha fatto conoscenza dei compagni in una gara ufficiale e non in un’amichevole contro i valligiani del Trentino. Non diversa la situazione di Krasic, che per giunta si ritrova in campo con il problema supplementare della lingua. Il mercato chiude il 31, ma probabilmente certi affari si potevano decidere ben prima senza attendere la fine di agosto.

Il Bari con i suoi attaccanti Kutuzov e Barreto e i suoi esterni rapidissimi, Alvarez e Ghezzal, ha messo subito in difficoltà la linea arretrata di Del Neri con De Ceglie e Motta che hanno costretto ai supplementari un Chiellini molto buono e un Bonucci più titubante. Così dopo le prime avvisaglie di voragini difensive è stato Ghezzal a presentarsi da solo davanti a Storari che ha miracolosamente chiuso lo specchio della porta. La Juve reagisce cercando di alzare il pressing della linea mediana guidata da un ottimo Felipe Melo che in combinazione con Marchisio spacca con un’accelerazione la difesa avversaria e sfiora la rete con una conclisione deviata. La Juve prende fiducia e al 42 ha l’occasione di andare in vantaggio con Motta che riesce a presentarsi solo in area dalla fascia ma si fa chiudere il passaggio banalmente a un metro dalla porta. Goil sbagliato e gol subito,come da detto. Un minuto dopo Donati, subentrato per altro

all’infortunato Gazzi, si beve un Marchisio mal posizionato e scocca una fiondata che muore sul palo di un incolpevole Storari..

Nella ripresa Del Neri prova a mischiare le carte inserendo Martinez al posto di un Krasic volenteroso ma del tutto spaesato e Lanzafame al posto di un Pepe stranamente a corto di fiato e molto involuto. Tuttavia cambia ben poco: dopo una conclusione secca ma centrale di Martinez il Bari riprende a macinare gioco e complice una difesa alta juventinaancora senza intesa lancia davanti a Storari prima Alvarez che pasticcia facendosi rimontare da chiellini e poi Barreto, prima chiuso da De Ceglie che azzecca la prima diagonale della sua partita e poi fermato sulla riga da Chiellini. Del Neri firma la condanna della sua squadra commettendo una clamorosa ingenuità non accettabile a questi livelli. Al 18 della ripresa effetta la sua terza sostituzione cambiando un positivo Melo per un Sissoko assolutamente pasticcione. La beffa è che Martinez si infortuna dopo pochi minuti e la juve gioca in dieci il resto dell’incontro. I giocatori Juventini provano almeno

a metterci l’orgolio .Quagliarella mette di poco a lato un tiro al volo del suo repertorio e al 92 Del Piero mette sulla testa di Chiellini il pallone del pareggio ma il difensore incredibilmente solo a 5 m dalla porta alza la palla sopra la traversa.

La Juventus è ovviamente un cantiere a cielo aperto: i nuovi si devono amalgamare, si deve portare avanti almeno l’acquisto del titolare a sinistra al posto di De ceglie e comprare una punta centrale che sappia assicurare gol importanti. Comunque nonostante tutte le attenuanti del caso oggi primo campanello d’allarme in casa Juve: dopo due mesi di ritiro non c’è traccia del gioco sulle fasce caro a Del Neri e la difesa è un bel colabrodo. La pausa per la nazionale è quanto mai provvidenziale per cercare di lavorare su questi aspetti.

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CALCIO: nuovo pallone per la serie A

Posted by lino.garbellini On July - 2 - 2010ADD COMMENTS

legaseriea_2010_11Milano, 29 giugno 2010 - Si chiama Nike Total 90 Tracer LC ed è  il nuovo pallone ufficiale della Serie A  che sarà utilizzato nel corso della stagione 2010/2011 sui campi di Serie A TIM, TIM Cup, Supercoppa TIM e delle competizioni Primavera TIM e, in una versione senza il logo Lega Serie A, per tutte le gare della Serie B.

Il pallone è stato presentato oggi a Milano presso Nike Stadium dal Presidente della Lega Nazionale Professionisti e futuro Presidente della Lega Serie A Maurizio Beretta e dal General Manager di Nike Italy Andrea Rossi.

Il Nike Total 90 Tracer LC di quest’anno è  frutto di 18 mesi di test presso il Nike Advanced Innovation Lab di Tigard (Oregon, USA), che rappresenta la perfezione. Con il Total 90 Tracer LC è  stato raggiunto lo stato dell’arte in quanto a precisione, controllo, tocco e visibilità. Il pallone è il frutto di numerosi test condotti nella galleria del vento e da alcuni tra i migliori giocatori al mondo.

Nel rispetto delle norme FIFA ha un peso tra i 420 e 445 grammi e una circonferenza tra i 68,5 e i 69,5 centimetri.  La superficie del nuovo pallone presenta micro-scanalature che distribuiscono in modo uniforme i flussi d’aria, migliorandone la precisione e la potenza del tiro. Grazie alla tecnologia del Total 90 Tracer LC la stabilità e il controllo sono ulteriormente migliorati.

L’innovativo sistema di costruzione a cinque strati garantisce una distribuzione uniforme della pressione su tutta la superficie del pallone indipendentemente da dove lo si colpisca, ne migliora la precisione, ne massimizza la velocità e consente di effettuare lanci e passaggi più lunghi rispetto ai modelli che lo hanno preceduto.

Il Nike Total 90 Tracer LC sarà in vendita dal 1 luglio 2010 presso i Nike Store e su www.nikestore.com al prezzo di 110,00 euro.

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STATI UNITI-GHANA 2-1d.t.s. 
PRIMO TEMPO 1-0, (1-1 al 90′) 
MARCATORI: Prince Boateng (G) al 5′ p.t.; Donovan (S) rig al 17′ ; Gyan (G) al 3′ p.t.s.
STATI UNITI (4-4-2): Howard; Cherundolo, Bornstein, Demerit, Bocanegra; Dempsey, Clark (31′ s.t. Edu), Michael Bradley, Donovan; Altidore (1′ s.t.s Gomez), Findley (1′ s.t. Feilhaber). All. Bob Bradley. 
Panchina: Guzan, Hahnermann, Goodson, Spector, Onyewu, Torres, Holden, Clark, Buddle

GHANA (4-2-3-1): Kingson; Pantsil, Jonathan Mensah, John Mensah, Sarpei (28′ s.t Addy); P. Boateng (32′ s.t Appiah), Annan; Inkoom (7′ p.t.s. Muntari), K. Asamoah, André Ayew; Asamoah Gyan. All: Rajevac. 
Panchina: Agyei, Ahorlu, Tagoe, Derek Boateng, Vorsah, Abeyie, Amoah, Vorsah, Ibahim Ayew, Adiyiah.
ARBITRO: Kassai (Ungheria)
NOTE: ammoniti: Clark, Cherundolo, Jonathan Mensah, Ayew.

RUSTENBURG (Sudafrica), 26 giugno 2010 La sfida tra due esponenti del nuovo calcio viene vinta dal Ghana che grazie al gol di Gyan al 3 minuto dei tempi supplementari guadagna un posto ai quarti eguagliando il record di Camerun 1990 e Senegal 2002. Si è trattato di una sfida tra due squadre di secondo piano in questi mondiali che hanno dato vita a una partita a tratti anche divertente anche se condizionata da valori tecnici in campo piuttosto approssimativi.

Gli Usa hanno un avvio da incubo subendo il gol dopo 5 minuti di gioco dopo un errore a centrocampo di Demerit che lancia in porta Price Boateng bravissimo a infilare di precisione sul primo palo Howard mal posizionato nell’occasione. Gli Stati Uniti non riescono a reagire anche perché il Ghana con il 4-2-3-1 gioca in superiorità numerica a centrocampo e porta un pressing asfissiante. La pressione americana resta abbastanza sterile e apre le strade al contropiede del Ghana che non riesce a raddoppiare per imprecisione degli attaccanti che sbagliano o conclusione o ultimo passaggio. La sostituzione di Clark al 35’, nervososo e ammonito, con Edu sistema la squadra americana che entra finalmente in partita e si avvicina al pareggio continuando però a esporsi a incredibili dormite difensive. Al 37 infatti Asamoh infila in velocità i duen pachidermici centrali americani e Howard si riscatta su un diagonale pericoloso evitando il raddoppio Ghanese.

Da un errore nel fraseggio Ghanese Donovan lancia Findley che da dentro l’area di rigore  fa partire un diagonale sull’angolo del portire Kingson che è bravo ad opporsi.

Nella ripresa gli americani rinfrancanti dalla pausa entrano in campo decisi a pareggiare le sorti dell’incontro. Già al secondo minuto il nuovo entrato Feilhamber ben lanciato dalla punta Altidore ha una grande palla gol ma il tiro è ribattuto dall’ottimo Kingon. Il Ghana cerca di scuotersi con una manvora corale e solo un grandissim intervento di Pantsil in area evita il raddoppio degli africani. Ma è un fuoco di paglia perché il pareggio Usa arriva per merito dei due giocatori più esperti della squadra: Dempsy, in forza al Fulham, conquista palla sulla tre quarti, si beve con il tunnel il difensore, entra in area e viene falciato da Mensah. Il rigore viene battuto da Donovan che rischia colpendo il palo interno con la palla che finisce in rete. L’inerzia della partita passa tutta dalla parte americana e al 31’ Bradley lanciato sul filo del fuorigioco ha l’occasione buona per il gol del vantaggio ma affretta il tiro e si fa bloccare da Kingson. 5 minuti dopo è Altidore che va vicino al raddoppio: da un lancio a casaccio verso la porta avversario la possente punta americana è bravissima a calcolare la traiettoria del pallone coprendo la palla e involandosi in area in un corpo a corpo più vicino al football americano che al calcio con il centrale ghanese Mensah. Ha la meglio ma si sbilancia per la carica del difensore e cadendo a terra lascia riesce a calciare a pochi metri dalla porta ma la palla lambisce il palo lontano. Le due squadre dopo un match molto intenso finiscono la benzina e si trascinano ai supplementari.

Incredibilmente i due centrali americani commettono lo stesso errore del primo tempo e si fanno infilare da Gyan al terzo minuto del primo supplementare. Un innocuo lancio in profondità non viene intercettato dai difensori americani; Gyan è bravo a crederci e a conquistare il pallone. Bocanegra dopo un contatto spalla a spalla si ferma incredibilmente e lascia calciare indisturbato l’attaccante che insacca. Gli Stati Uniti con le poche energie rimaste si gettano nell’area avversaria ma riescono a gudagnare solo un tiro in area di Feilhaber rimpallato dalla difesa. Il pressing finale americano frutta una buona occasione a Dempsey ma il suo tiro in mischia è rimpallato. L’ultimo brivido è il corner con tutti gli americani in area, compreso il loro portiere, con la rovesciata di Demerit che finisce di poco alta sulla traversa.

Il Ghana si conquista così il diritto a provare a vincere il primo torneo africano mentre gli Stati Uniti possono tornare a casa con un mondiale che ha regalato delle buone emozioni e che aiuterà a sostenere un movimento calcistico giovane ma indecisa crescita.

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Italia – Slovacchia 2 a 3 disfatta italiana.

Caporetto, 24 ottobre 1917 rappresenta tuttora la più grave disfatta dell’esercito italiano. Johannesburg  Ellis Park Stadium, 24 giugno 2010 rappresenterà da ora la più grave disfatta della nazionale di calcio ad un campionato del mondo.

I numeri di questa kermesse mondiale sono impietosi: ultimi nel nostro girono dietro anche ad una squadra di semiprofessionisti come la Nuova Zelanda e zero vittorie per la prima volta ad una fase finale di un mondiale.

Inutile ingannarsi tirando in ballo assenze, mancate convocazioni, mancanza di qualità. Argomenti validi ma non sufficienti a spiegare questa debacle. L’organico a disposizione di Lippi era comunque più che sufficiente per passare il girone e qualificarsi agli ottavi.

Troppo facile anche, come ha fatto dopo a sconfitta il nostro CT, assumersi  genericamente le responsabilità di questo insuccesso.  Ora è il momento di spiegare, a prescindere dal fatto che avessero potuto o meno incidere sull’andamento finale della nostra spedizione sudafricana, i no a Cassano e Balotelli. Oltre ai continui cambiamenti di modulo e giocatori, la mancanza di personalità.

Invece dobbiamo solo assistere ad una mea culpa di facciata, nel quale si intravede ancora l’enorme presunzione del tecnico viareggino.

E così siamo di fronte al classico scaricabarile all’italiana , che in questo caso si produce attraverso una tecnica inversa. “Tutte le colpe sono mie” dice il tecnico, “no la disfatta è nostra responsabilità“ replicano i giocatori,  “chiediamo scusa” fa eco il presidente della federazione.

“Tutti colpevoli , nessun colpevole”. Tutti a cospargersi il capo di cenere pronti a ricevere l’agognata assoluzione che li depuri da ogni male, a guadagnarsi una nuova verginità.

“Abbiamo chiesto scusa agli italiani, cosa dobbiamo fare di più?”, forse era doveroso giocare senza paura , con orgoglio, rendendoci fieri comunque fosse andata, invece di arrendersi davanti ad un evidente destino.

Passando all’ultima partita, l’Italia decide di affrontare la Slovacchia cambiando il terzo modulo di gioco in tre partite. Si parte con un 4-3-3 che prevede l’inserimento di Gattuso nella linea dei mediani, Pepe e Di Natale attaccanti esterni  e Iaquinta al centro del tridente.

Per 25 minuti l’Italia fatica anche a mettere insieme due passaggi filati, poi da un errato disimpegno di De Rossi al limite dell’area nasce l’azione che porta Vittek a tu per tu con Marchetti. L’attaccante slovacco è bravo in scivolata ad incrociare un tiro che si infila all’angolino, l’Italia è sotto 1 a 0, è la terza volta in tre partite.

Nel primo tempo l’unico tiro verso la porta della Slovacchia è di Skrtel che anticipando Iaquinta di testa sfiora il clamoroso autogol.

Nella seconda frazione dentro Quagliarella e Maggio. L’Italia si schiera con un ultra offensivo 4-2-4. Iaquinta e Di Natale punte centrali. Quagliarella e Pepe sugli esterni e Maggio terzino destro con Zambrotta che scala sull’altra fascia al posto di un invisibile e sempre sopravvalutato Criscito.

L’Italia è ovviamente più pericolosa, ma il gioco rimane poco fluido e anche gli appoggi più elementari risultano sempre imprecisi, così che dai frequenti errori nella fase di costruzione della manovra nascono pericolose ripartenze slovacche.

Al ’60 esordisce nel mondiale Pirlo, e nonostante le precarie condizioni fisiche si intuisce quale sarebbe stata l’importanza di averlo potuto schierare dall’inizio di questo mondiale.

L’occasione per salvare capra e cavoli arriva al ’66. Pepe crossa dalla destra, il portiere smanaccia su Quagliarella bravo a stoppare di petto e  concludere verso la porta, Skrtel salva in prossimità della linea di porta. In effetti la palla potrebbe anche essere entrata ma il guardialinee decide di far proseguire il gioco, d’altronde neanche il Telebim sarebbe in grado di svelare l’arcano.

Al ’72 sembra tutto finito. Hamsik riprende una difettosa respinta della difesa italiana, mette in mezzo una palla sulla quale il solito Vittek è bravo ad anticipare Chiellini e battere sul primo palo Marchetti. Imbarazzante la staticità della difesa azzurra.

A questo punto l’Italia mossa dalla disperazione e liberata nella testa e nelle gambe si butta in avanti a capofitto.

Al ’80, dopo un uno due Quagliarella Iaquinta, Di Natale si trova tra i piedi la facile palla dell’ 1 a 2., 4 minuti dopo è Quagliarella, il più intraprendente dei nostri, a segnare il pareggio qualificazione ( si perchè ci sarebbe bastato anche il pareggio per passare il turno) ma il gol viene annullato per fuorigioco (di poco ma c’era).

I 10 minuti di fuoco italiano si spengono all’88. Il terzo gol della Slovacchia e qualcosa che farebbe arrabbiare anche un allenatore dei campionati UISP. Rimessa laterale slovacca che si trasforma in un assist per l’inserimento di un centrocampista, lesto (ma neanche troppo) ad infilarsi tra i due centrali azzurri in pausa caffè al vicino bar dello stadio ed a scavalcare Marchetti con un pallonetto.

Il bello è che dopo tutto questo l’Italia avrebbe ancora l’opportunità di passare il turno. Prima al ’92  Quariarella segna il 2 a 3 poi, oltre il tempo di recupero, l’occasione qualificazione è sui piedi di Pepe che ciabatta fuori, effettivamente sarebbe stato troppo anche per l’ampio deretano che avevamo già dimostrato nel 2006.

Federico Sardini

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Speciale SudAfrica - Commento girone A

Posted by redazione On June - 25 - 2010ADD COMMENTS

Mentre sta per calare il sipario sulla fase a gironi del Mondiale 2010, il Gruppo A fa discutere non tanto per quanto successo in campo, ma per ciò che è accaduto fuori. O forse per la relazione tra queste due dimensioni che, spesso, nel calcio sono tutt’uno.
Il verdetto del campo è tanto semplice e quanto inaspettato. Passano le due squadre vere di questo raggruppamento: Uruguay e Messico. E poco importa se la formazione che chiude all’ultimo posto si chiama Francia. I nomi nel calcio hanno un peso relativo. Ciò che è vero sulla carta, spesso viene smentito da ciò che accade sul rettangolo di gioco. Valori ipotetici e valori reali non sempre coincidono. E, sopratutto, l’esito delle partite è il risultato di un’equazione complessa, le cui variabili non sono solo i valori tecnici. Vi è dell’altro. Vi è la capacità dei giocatori di sacrificarsi, di correre avanti e indietro perché credono in un progetto. Vi è la capacità di un allenatore di comprendere, di vedere e di leggere il gioco, di spronare i suoi, di renderli un gruppo coeso e unito, pronto ad affrontare battaglie, non solo partite.
Tutto questo è mancato alla Francia di monsieur Raymond Domenech. Sarebbe, nonostante tutto, impietoso dire che la colpa è solo sua. Tuttavia, non si può negare che molto dipenda dalla sua incapacità, dalla sua inadeguatezza e dalla sua arroganza, ostentata fino all’ultimo nell’incomprensibile rifiuto di stringere la mano a Carlos Alberto Parreira, ct del Sud Africa, allenatore campione del mondo con il Brasile nel ‘94 e vecchio uomo di calcio degno di assoluto rispetto.
Era difficile che questa Francia potesse vincere il Mondiale. Difficile anche che potesse arrivare in finale. Ma era molto più difficile finire la fase a gironi senza riuscire a vincere una partita, chiudendo con un solo punto, in un raggruppamento abbordabile, composto da Uruguay, Messico e Sud Africa. C’è modo e modo di uscire e i bleus hanno scelto quello peggiore: diserzione, ammutinamento nei confronti dell’allenatore. Una squadra intera si è ribellata, ha rifiutato di allenarsi e, in definitiva, di giocare. L’eliminazione è giunta infine, paradossalmente, come una liberazione. Paradossalmente, perché qui parliamo della fase finale di un Campionato del Mondo: l’ultimo baluardo di autenticità nell’era del calcio dell’ultra-professionismo. Qui la prospettiva è ribaltata rispetto alle competizioni per club: un calciatore non gioca un Mondiale per soldi, ma perché realizza un sogno. È questo a rendere un match di Coppa del Mondo così difficile e incerto. In queste partite chi scende in campo gioca alla morte e dà tutto per arrivare fino in fondo, fino all’ultima partita. A quale livello d’insofferenza verso il loro tecnico devono, dunque, essere giunti i giocatori francesi (Anelka su tutti) per arrivare a frustrare così tutto ciò? Questa è la vera responsabilità di monsieur Domenech: la sua arroganza ha trasformato il sogno in un incubo; ha agito in modo tale che il freddo professionista, che scende in campo solo perché deve, avesse la meglio sull’uomo che gioca per realizzare la propria aspirazione di bambino.
La verità è che i giocatori francesi hanno scioperato. E lo sciopero è precisamente il momento in cui un lavoratore si rappresenta e si pone come tale, opponendosi a un padrone – un datore di lavoro. Certo, stiamo parlando di lavoratori di lusso. Ma il punto resta, comunque, questo: la dimensione del divertimento, del gioco, è scomparsa ed ha ceduto il passo a quella dei rapporti di lavoro. Il professionismo (nel suo senso deteriore), ha vinto sul gioco del pallone. In queste condizioni non solo un Mondiale non si vince, ma neppure si può giocare.
Ovviamente ci sono molte altre ragioni tecniche e tattiche dietro alla disfatta francese, così come hanno un peso i meriti di squadre come Uruguay e Messico, che hanno dimostrato buone qualità. Il calcio, però, è fatto anche di suggestioni e di emozioni che vanno al di là del mero fatto tecnico. Il sogno spezzato e umiliato è, probabilmente, ciò che resterà alla Francia di questo Mondiale. Ed è anche ciò di cui è più interessante parlare dopo l’ultima partita del Gruppo A di Sud Africa 2010.

Davide Bordini

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