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il magazine con uno sguardo critico sul presente

Archive for the ‘Recensione’ Category

Milano, 20 maggio 2010 - Iniziano questa sera, dopo una lunga e appassionante stagione regolare, i playoff 2009/2010 con una formula inedita che vedrà le squadre meglio classificate giocare in casa le prime due partite della serie, a cominciare dai quarti di finale.
Per l’Armani Jeans esordio casalingo contro la Sigma Coatings Montegranaro che ha chiuso sesta la regular season grazie alla vittoria di domenica scorsa in casa contro Teramo che le ha permesso di superare, in virtù di una migliore classifica avulsa la Lottomatica Roma.
Milano si presenta al via di questa postseason forte della sua terza posizione in classifica, ma nelle ultime partite ha convinto veramente poco e anche a fine stagione appare ancora come una squadra “work in progress”.
I milanesi, con i nuovi innesti Monroe e Arnold, reduci dalla sconfitta di Treviso provano ad arrivare in finale anche quest’anno visto che la sorte non ha messo Siena sul suo cammino.

Per l’Armani entrano Maciulis, Mordente, Hall, Rocca e Finley, per Montegranaro Brunner, Antonutti, Filloy, Cavaliero e Maestranzi.
Lapo Elkan (interessato più al suo cellulare che non alla partita) ha fatto la sua comparsa sul parquet durante il riscaldamento per sostenere Montegranaro forte della sua nuova partenership marketing con la squadra. Il nipote di Agnelli, indossava la t-shirt gialla che ricorda la sua famosa gaffe NBA, la stessa indossata da tutti i giocatori della squadra ospite raffigurante il nuovo marchio LA Lapoers.

Non si può certo dire che l’Olimpia parta bene o che abbia un attegiamente aggressivo in questo primo quarto. La Sutor fa girare bene la palla sul perimetro e tira spesso da fuori, con alterne fortune, ma comunque riesce a rimanere in vantaggio.
A due minuti dalla fine coach Bucchi prova a rimediare la situazione facendo entrare Mancinelli, Bulleri e Viggiano. All’ultimo minuto entra anche il neo acquisto Arnold per Rocca, ma il gioco dell’Armani in questo primo quarto – che si chiude 17 a 14 per gli ospiti - appare imbarazzante. Pochi tiri e tutti sbagliati e soprattutto poche idee e nessun entusiasmo.
Per la Sutor un buon quarto di Antonutti e Fillory.

Nel secondo quarto Milano si gioca anche la carta Monroe per Mordente che era apparso l’unico giocatore in forma della serata.
Nel complesso la partita è veramente brutta, a tratti paradossale, con tiri sbagliati da sotto canestro – da entrambe le parti - e giocatori che inciampano o scivolano.
Visti questi primi due quarti verrebbe da chiedersi con un po’ di cattiveria come sono arrivate queste due squadre ai play off. Per l’Armani il gioco nel secondo quarto è anche peggiore del primo e il punteggio che la vede in svantaggio di 28 a 23 la premia fin troppo.

Dopo quattro minuti dall’inizio del terzo quarto finalmente l’Armani passa in vantaggio, con un bel canestro di Rocca su pick and roll. Sempre Rocca suona la carica per i padroni di casa segnando otto punti di fila, Bucchi lo toglie a un minuto dalla fine della frazione di gioco per Arnold.
Con un colpo di orgoglio l’Olimpia riesce a chiudere il terzo quarto sul 46 a 38, la nota positiva della serata è il fatto che Monroe appare sicuro di sé e segna un paio di canestri importanti, Arnold non è da meno.
Gli stessi schemi dell’AJ usati per smarcare Rocca sotto canestro palla in mano, sembrano funzionare anche con il nuovo acquisto.
Come c’era da aspettarsi in questa serie, la migliore qualità tecnica di Milano e i suoi giocatori di talento, anche in un quadro di prestazioni veramente da dimenticare, si fa sentire.

Un fallo antisportivo di Rocca riapre la partita a due minuti dalla fine e l’Armani da più nove si ritrova in vantaggio di soli due punti grazie a due canestri e un tiro libero di Cavaliero.
Ci pensa Finley con una tripla a provare a salvare la serata, ma Maestranzi risponde con la stessa moneta. Bulleri scaccia i fantasmi con un altro tiro da tre, confermando le voci che davano la sua esperienza come un valore aggiunto per l’Armani in questi play off.
Oltre alla tripla nel minuto finale Finley - 20 punti totali - ruba un pallone, segna un canestro e due liberi. Milano alla fine vince di sette, sollevando le sorti dell’incontro, 72 a 65, dimostrando però di non aver fatto alcun progresso sul piano del gioco e di volersi affidare al talento e all’esperienza dei giocatori migliori, Finley, Bulleri, Mancinelli e Mordente.

Da segnalare i fischi e i commenti sempre più pesanti e volgari del pubblico nei confronti di Bucchi; colpevole più che altro a nostro parere di non aver saputo dare un’identità alla squadra. Indipendentemente dalla posizione in classifica a fine stagione, siamo curiosi di vedere cosa deciderà la dirigenza riguardo all’organico e all’allenatore.

L.G.

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AFRICA UNITE: ROOTZ

Posted by ioleoso On April - 2 - 2010ADD COMMENTS

rootz_coverRoots, radici. Basta il titolo a farci capire che questo nuovo album della band di Pinerolo.
I fan di vecchia data hanno assistito a molti cambi di formazione e di pelle degli Africa Unite: dai suoni ancora acerbi di Mjekrari e Llaka fino all’introduzione di un’anima dub in Un sole che brucia; dalla svolta elettronica de Il Gioco (il primo album con il nuovo chitarrista Ru Catania) fino agli esperimenti con il quintetto d’archi Architorti in Mentre Fuori Piove, ma molti sono rimasti spiazzati dall’uscita di Controlli, album del 2006 in cui, per la prima volta da moltissimi anni, non compare la sezione fiati, entrata ormai stabilmente
nell’organico dei Blue Beaters di Giuliano Palma.

Rootz è il primo album veramente nuovo da allora, dopo l’uscita di una compilation apparentemente definitiva (Biografica Unite, 2008) che aveva fatto temere a molti fan uno scioglimento della band.

Non solo gli Africa Unite non si sono sciolti, ma hanno reinserito nell’organico la sezione fiati: Paolo “The Angelo” Parpaglione (Sax), e Gigi “Mr. T-Bone” De Gaspari tornano a creare le armonie di fiati che avevano caratterizzato il suono Africa da Vibra in poi, e che mancavano da troppo tempo.

Il risultato è un disco che, pur nella sua novità, si inserisce nella miglior tradizione Africa: dalle spoken words di Music’n'blood e Mr. Time o Cosa Resta fino al rock steady di The Lady non c’è pezzo che deluda le aspettative.

Il rischio - a nostro parere scongiurato - era di fare una sterile operazione nostalgia, senza nessun elemento di novità, senza osare.
Rootz, pur non introducendo svolte epocali come fu per 20 o Controlli, porta un po’ più in alto l’asticella, alza il livello sia compositivo che letterario del gruppo.

L’album si apre con un brano che, di questi tempi, può addirittura essere definito coraggioso: Così sia (ripreso anche in versione dub alla fine del disco) attacca duramente l’omofobia che permea ormai la maggior parte dei brani Jamaicani. Un brano coraggioso, si diceva, perchè - per quanto spiacevole sia - non si può ignorare come i testi jamaicani siano stati clonati anche nel nostro paese o, per meglio dire, come molti nostri conterranei abbiano letto il proliferare delle slackness lyrics dei vari Buju Banton o Beenie Man come una giustificazione per i propri pregiudizi.
Mr. Time affronta il tema della morte da una prospettiva atea - anch’essa inusuale in una scena in cui sono sempre più i rigorosi rastafariani (o sedicenti tali), con un testo tra i più lucidi e meno banali che ci sia capitato di sentire su un tema così caldo.
La difesa dell’ambiente contrapposta ad un modello di sviluppo insostenibile (Il movimento immobile) e la situazione (disperante) del nostro paese (Cosa Resta) sono altri argomenti forti che il disco affronta ma, per chiarezza, non si pensi di aver davanti un disco/comizio, esclusivamente impegnato come quelli di certe posse d’inizio anni ‘90.

The Lady, Si, Sensi sono alcuni dei titoli più leggeri che completano la tracklist, arricchendo il tutto di una nota calda e divertente.

L’impressione complessiva è, comunque, quella di un nuovo inizio, di un album importante non solo per il suo valore artistico ma anche per quello simbolico, un album che vuole segnare il ritorno definitivo di quella che - con i suoi 29 anni di carriera ininterrotta - può essere definita la band seminale del reggae in Italia.

Dal 5 Marzo, data d’uscita del disco, gli Africa sono in tour: le prossime date saranno quelle di Firenze (stasera), Modugno (10 Aprile), Milano (16), Torino (17), Bologna (23 Aprile) e Castelletto Cervo (il 30).
Maggio vedrà la band impegnata a Modena (l’8), Roncade (il 14), Colle Val d’Elsa (il 15) e Trinità d’Angultu (il 29).

Thierry Bignamini

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TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI - PRIMITIVI DEL FUTURO

Posted by ioleoso On March - 16 - 2010ADD COMMENTS

cover-tarmDa sempre considerati una delle principali band della scena punk rock italiana, i Tre allegri Ragazzi Morti avevano già spiazzato tutti con La seconda rivoluzione sessuale, e si ripetono oggi con il nuovo Primitivi del futuro.
L’album del 2007, infatti, rappresentava una seconda rivoluzione in senso stretto: un parziale abbandono del punk duro e puro ed un approdo ad una sorta di cantautorato rock al contempo immediato e raffinato.

Anche Primitivi del futuro, a suo modo, è un album rivoluzionario per le sorti della band mascherata: l’incontro con Paolo Baldini dei BR Stylers, infatti, ha catapultato il trio mascherato in un universo sonoro completamente nuovo, dilatato, a tratti onirico.
Forse sulla scia dei Clash di Joe Strummer, i TARM si avventurano, infatti, alla scoperta delle sonorità del reggae jamaicano e, soprattutto, del dub.
Non si tratta, è bene chiarirlo subito, di una pedissequa riproposizione dei clichet di un genere nè, per fortuna, di uno di quei goffi ed imbarazzanti esperimenti in cui spesso si trasformano i brani reggae scritti ed interpretati da artisti troppo lontani dal genere.
I Tre Allegri Ragazzi Morti, invece, celebrano un matrimonio tra la scrittura musicale post punk del loro precedente album ed i suoni, le atmosfere e gli effetti del dub contemporaneo più corposo (Alpha and Omega ad esempio).
Migliore esempio di questa commistione è Mina, in cui un riff di basso che rimanda di peso alla scrittura punk si sposa alla perfezione con le linee percussive di matrice jamaicana, i riverberi, gli echi ed i loop.

foto-tarm-1-paolo-proserpioL’abilità narrativa di Toffolo ci proietta in un universo di storie, personaggi, piccoli affreschi di vita, ricordi apparentemente minimi magistralmente raccontati.
Alcuni dei temi sono ricorrenti nell’opera della band pordenonese: relazioni di coppia, di famiglia, rabbia e angoscia adolescenziali, personaggi marginali, l’alienazione della provincia profonda, il senso ed il rifiuto della propria crescita emergono dai versi poetici di brani come La Cattedrale di Palermo, Mina, La faccia della Luna, Puoi dirlo a tutti, La ballata delle ossa.
Accanto a questi passaggi intimi e personali in Primitivi del futuro acquista più spazio un discorso generale già in qualche modo introdotto con l’album precedente (La poesia e la merce): la ricerca di un nuovo equilibrio tra uomo e ambiente e tra uomo e uomo, equilibrio nuovo che è l’unica possibilità di salvezza per il nostro mondo, è l’argomento principale non solo della title track (ispirata tra l’altro dal pensiero del filosofo anarchico primitivista John Zerzan,
ma anche di L’ultima rivolta nel quartiere Villanova non ha fatto feriti e della già citata La faccia della Luna.

Primitivi del futuro è un album che soddiferà appieno le aspettative dei fan, indipendentemente (o forse grazie) allo stupefacente cambio di genere musicale, grazie soprattutto alla capacit
dei Tre Allegri Ragazzi Morti di raccontarsi e raccontare, una capacità pienamente cantautoriale, che trascende ed annulla le etichette e riesce a trasformare in punti di forza quelli che in altre situazioni sarebbero pesanti limiti: basti pensare alla voce di Toffolo, incerta ai limiti della stonatura sulle note più acute, che si adatta perfettamente alle storie altrettanto incerte, storte>, marginali che raccontano ed è, ormai, un marchio di fabbrica del trio friulano.
Tre Allegri Ragazzi Morti - Primitivi del Futuro - La Temmpesta Dischi - Marzo 2010

Thierry Bignamini

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Edito dall’editore Dario Flaccovio Brucerò la Vucciria è un progetto a cavallo tra letteratura e musica.
Un Libro + CD o un CD + libro?
Il progetto prende le mosse dalla musica della band palermitana, ma la parte letteraria che accompagna, arricchisce ed espande i temi dei brani si prende prepotentemente il suo spazio, s’impone all’attenzione e vive di vita propria.

Ascoltare la prima traccia (Brucerò la Vucciria) dopo gli album di Pan del Diavolo e Donsettimo fa sospettare che in Sicilia sia nato un movimento di revival del rock’n'roll classico di stretta osservanza Presleyana, ma è un’idea che si allontana ben presto, poichè il resto dell’album segue sentieri musicali assai diversi.
Si tratta di un vero e proprio concept album sulla città di Palermo, i suoi abitanti e le sue storie.
Scritto nel capoluogo siciliano, è stato registrato in Brasile - alla corte di Moreno Veloso - per osservare Palermo dalla giusta distanza.
I dieci brani si inseriscono in quella sorta di spazio bianco comunemente definito Patchanka: un grammelot musicale in cui convivono la canzone d’autore, il folk, il rock, la musica etnica e quella tradizionale e molto altro ancora. L’influsso di Veloso (figlio del grande Caetano) si riconosce in qualche arrangiamento e nell’orchestrazione, che vede l’introduzione di strumenti pressochè sconosciuti in Italia come l’alfaia del maracatu che si affiancano ad elementi della tradizione meridionale (il tamburello) ,ed nordafricana (il riq): una stratificazione culturale e sonora che ricorda la commistione di popoli e culture che ha dato vita a Palermo come la conosciamo oggi.
I racconti contenuti nel libro vogliono essere - a contraltare delle canzoni - un campionario di scorci, storie, atmosfere palermitane. Un modo per descrivere la città dall’interno.
Le atmosfere, però, spaziano dal metafisico (in senso prettamente artistico) del bel racconto di Cesare Basile fino al sovra-reale in stile Garcia Marquez dell’unico racconto firmato dagli stessi Akkura, quasi che Palermo non si potesse descrivere se non attraverso paradossi, metafore o visioni immaginifiche.
Non sappiamo, nè ci interessa sapere, se si tratti di una coincidenza frutto della temperie culturale palermitana o di una precisa scelta di compilazione. Fatto sta che la città - che resta sempre sullo sfondo dei racconti, a stento nominata - emerge prepotentemente con quell’atmosfera contrastata, ricca di paradossi e di inspiegabili e stridenti accostamenti, che la caratterizza da sempre.
Non è - ovviamente - una descrizione del tutto fedele: manca molta della normalità palermitana, così come mancano le parti più aberranti della società siciliana in genere. Si tratta soprattutto di racconti che coinvolgono e descrivono un sottobosco di personaggi particolari tipicamente siciliani: artistoidi marginali, nobili decaduti e innocui pazzi che, come sempre accade, riescono a descrivere il tono e l’anima profonda di una città.

Akkura - Brucerò la Vucciria (col mio piano in fiamme) - Dario Flaccovio Editore - 124 pagine + CD - € 16,50.

Thierry Bignamini

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LE VIBRAZIONI - LE STRADE DEL TEMPO

Posted by ioleoso On March - 2 - 2010ADD COMMENTS

coverA tre anni da Officine Meccaniche esce Le Strade Del Tempo, il quarto full length di inediti targato Le Vibrazioni, prodotto da Marco Trentacoste e anticipato dal singolo Respiro, in vetta alle classifiche radiofoniche dallo scorso dicembre.
Il nuovo album è il primo dall’uscita dal gruppo di Marco Castellani – che ha scelto di dedicarsi completamente alla sua nuova band, gli Octopus - sostituito al basso da Emanuele Gardossi. Un cambiamento di line up che si percepisce palpabile nei nuovi pezzi, caratterizzati dalla ricerca di sonorità diverse, più sperimentali e meno legate agli anni 70, che rimangono comunque le radici del gruppo.
Il risultato può essere definito come una fusione tra il passato e il moderno, Le Strade Del Tempo testimonia la maturazione del gruppo ed è ricco di interessanti sfumature: si va dal synth all’arpa di Cecilia Chailly, passando per i violini suonati da un grande musicista come Davide Rossi, già arrangiatore e orchestratore per i Coldpaly.
Le Vibrazioni ci regalano undici pezzi di notevole intensità, ci fanno assaporare delicate, ma anche incalzanti, melodie e fusioni di chitarra acustica, chitarra elettrica, basso e batteria, in un crescendo che non annoia e non risulta mai banale o dejà-vu.
Da marzo la band, che festeggia il decennale di carriera, inizierà il nuovo tour che partirà da Torino per approdare poi a Milano, Vidia di Cesena, Firenze, Treviso e Reggio Emilia.

L.P.

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DONSETTIMO: NOTTE DI MAMMA

Posted by ioleoso On February - 26 - 2010ADD COMMENTS

cover_donsettimo-_notte-di-mammaL’odore di umido del tendone di un circo di provincia, quello di polvere degli abiti di un capo comico, la consistenza del velluto liso delle poltrone di un teatrino.
Queste sono le prime sensazioni che affiorano alla mente ascoltando Notte di Mamma, secondo album di Donsettimo.

E’ impossibile inserire le 9 canzoni di questo album in un solo genere musicale: Donsettimo ha la capacità di piegare la musica alle esigenze narrative dei suoi testi, di spaziare negli orizzonti sonori dei suoi personaggi.

Volendo a tutti i costi fare un confronto l’unico nome che viene in mente è quello di Vinicio Capossela: oltre alla
vocazione teatrale, infatti, Donsettimo condivide con l’illustre collega la fascinazione per stilemi musicali e strumenti datati e fuori moda e quella per le storie surreali, minime e di frontiera.

E’ un paragone valido ma che non dice tutto, perchè in luogo delle esplorazioni della canzonetta anni ‘40 di Capossela qui troviamo forse un substrato più legato al Rock’n'Roll delle origini, che traspare nell’uso brutale delle chitarre acustiche e nel suono - più percussivo che atmosferico dei contrabbassi.

Notte di Mamma è un album cantastoriesco, una raccolta di bozzetti, di piccole vicende di tipi umani strani, di storie surreali come quella dei Comunisti sulla Slitta, costretti alla fuga da un’immaginaria invasione di Arabi in Sicilia, o quella de (Il Vangelo di) Totò, storia di una lotta tra due uomini (e due etnie) per la conquista di Grace Kelly.

Una menzione speciale la merita Langhe: dilatato affresco della Langa letteraria e Musicale (quella di Fenoglio, ma anche di Pueblos de Langa dei Mau Mau),
dell’umida e nebbiosa campagna tra Asti e Cuneo, cantato in un meraviglioso finto dialetto piemontese, un Grammelot che rende alla perfezione (nonostante i millecinquecento
kilometri che separano Alba da Palermo) la pronuncia strascicata dei colli piemontesi.

Thierry Bignamini

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GORILLAZ: PLASTIC BEACH

Posted by ioleoso On February - 23 - 2010ADD COMMENTS

plasticbeach452Sin dalla sua pubblicazione non è passato giorno senza che Feel Good Inc. fosse trasmessa in spot pubblicitari, servizi giornalistici, colonne sonore e, persino, sotto forma di messaggio d’attesa telefonico: tutto ciò ha concorso a redere i Gorillaz un fenomeno sulla bocca di tutti, una band universalmente conosciuta e (fin troppo) universalmente apprezzata.
Eppure, in realtà, dei Gorillaz si sa ben poco. Non tanto per la virtualità della formazione (ormai non c’è sprovveduto che non sappia che si tratta di un progetto animato da Damon Albarn), quanto proprio di una diretta conseguenza di questa sovraesposizione mediatica: Feel Good Inc. è talmente presente nel nostro immaginario, nel nostro orizzonte sonoro, da essere sempre percepita come il nuovo singolo, l’ultima - e forse l’unica - produzione della band.
Pochissimi di noi saprebbero citare più di un paio di titoli di altri loro brani, praticamente nessuno sarebbe in grado di accennare un tema musicale o un paio di versi che non inizino con I’m happy…
Sfortunatamente non sarà Plastic Beach (in uscita il 5 Marzo 2010) a modificare questo stato di cose.
Nel nuovo album manca, infatti, un vero e proprio singolo di massa.

Se - tanto per citare una band di culto - il nuovo singolo dei Massive Attack (Splitting the Atom) ha la potenza necessaria ad imporsi come sostituto di quella sorta di inno che fu Teardrop, lo stesso non può dirsi di nessuno dei brani di quest’ultima fatica del trio mascherato.
Si tratta, comunque, di un album di grande livello, che saprà farsi apprezzare e che, probabilmente, entusiasmerà i fan dell’elettronica.

Musicalmente Plastic Beach è una sorta di riassunto delle tendenze dell’elettronica intelligente degli ultimi 35 anni: le immancabili suggestioni anni ‘80 permeano l’intero disco, a volte dando vita a veri e propri momenti di revival (Electric Shock) ma, più spesso, attraverso la riscoperta di sonorità tipiche dei sintetizzatori e delle drum machine di allora. Le influenze nella composizione sono svariete: si parte dalle armonie robotiche dei Kraftwerk (Welcome to the World of Plastic Beach) per arrivare al dub stile Burning Spear (Rhinestone Eyes); non mancano le conseguenze delle esplorazioni di Albarn nella musica etnica (stavolta più Lontano Oriente che Mali, come in White Flag) nè, ovviamente, passaggi (Glitter Freeze) in pieno stile Blur (Think Tank più che Modern Life is Rubbish).
Tutto questo, ovviamente, ricucinato e condito in salsa Gorilleggiante, che dona al tutto un sapore cupo, chiuso, claustrofobico.
Anche quando il genere rivisitato permetterebbe dilatazioni ed aperture i brani sembrano provenire da un altrove sotterraneo e oscuro e per apprezzarli appieno è necessario sapersi - e volersi - adattare a questo spazio sonoro minimale e apparentemente senza uscite.

Thierry Bignamini

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