Roots, radici. Basta il titolo a farci capire che questo nuovo album della band di Pinerolo.
I fan di vecchia data hanno assistito a molti cambi di formazione e di pelle degli Africa Unite: dai suoni ancora acerbi di Mjekrari e Llaka fino all’introduzione di un’anima dub in Un sole che brucia; dalla svolta elettronica de Il Gioco (il primo album con il nuovo chitarrista Ru Catania) fino agli esperimenti con il quintetto d’archi Architorti in Mentre Fuori Piove, ma molti sono rimasti spiazzati dall’uscita di Controlli, album del 2006 in cui, per la prima volta da moltissimi anni, non compare la sezione fiati, entrata ormai stabilmente
nell’organico dei Blue Beaters di Giuliano Palma.
Rootz è il primo album veramente nuovo da allora, dopo l’uscita di una compilation apparentemente definitiva (Biografica Unite, 2008) che aveva fatto temere a molti fan uno scioglimento della band.
Non solo gli Africa Unite non si sono sciolti, ma hanno reinserito nell’organico la sezione fiati: Paolo “The Angelo” Parpaglione (Sax), e Gigi “Mr. T-Bone” De Gaspari tornano a creare le armonie di fiati che avevano caratterizzato il suono Africa da Vibra in poi, e che mancavano da troppo tempo.
Il risultato è un disco che, pur nella sua novità, si inserisce nella miglior tradizione Africa: dalle spoken words di Music’n'blood e Mr. Time o Cosa Resta fino al rock steady di The Lady non c’è pezzo che deluda le aspettative.
Il rischio - a nostro parere scongiurato - era di fare una sterile operazione nostalgia, senza nessun elemento di novità, senza osare.
Rootz, pur non introducendo svolte epocali come fu per 20 o Controlli, porta un po’ più in alto l’asticella, alza il livello sia compositivo che letterario del gruppo.
L’album si apre con un brano che, di questi tempi, può addirittura essere definito coraggioso: Così sia (ripreso anche in versione dub alla fine del disco) attacca duramente l’omofobia che permea ormai la maggior parte dei brani Jamaicani. Un brano coraggioso, si diceva, perchè - per quanto spiacevole sia - non si può ignorare come i testi jamaicani siano stati clonati anche nel nostro paese o, per meglio dire, come molti nostri conterranei abbiano letto il proliferare delle slackness lyrics dei vari Buju Banton o Beenie Man come una giustificazione per i propri pregiudizi.
Mr. Time affronta il tema della morte da una prospettiva atea - anch’essa inusuale in una scena in cui sono sempre più i rigorosi rastafariani (o sedicenti tali), con un testo tra i più lucidi e meno banali che ci sia capitato di sentire su un tema così caldo.
La difesa dell’ambiente contrapposta ad un modello di sviluppo insostenibile (Il movimento immobile) e la situazione (disperante) del nostro paese (Cosa Resta) sono altri argomenti forti che il disco affronta ma, per chiarezza, non si pensi di aver davanti un disco/comizio, esclusivamente impegnato come quelli di certe posse d’inizio anni ‘90.
The Lady, Si, Sensi sono alcuni dei titoli più leggeri che completano la tracklist, arricchendo il tutto di una nota calda e divertente.
L’impressione complessiva è, comunque, quella di un nuovo inizio, di un album importante non solo per il suo valore artistico ma anche per quello simbolico, un album che vuole segnare il ritorno definitivo di quella che - con i suoi 29 anni di carriera ininterrotta - può essere definita la band seminale del reggae in Italia.
Dal 5 Marzo, data d’uscita del disco, gli Africa sono in tour: le prossime date saranno quelle di Firenze (stasera), Modugno (10 Aprile), Milano (16), Torino (17), Bologna (23 Aprile) e Castelletto Cervo (il 30).
Maggio vedrà la band impegnata a Modena (l’8), Roncade (il 14), Colle Val d’Elsa (il 15) e Trinità d’Angultu (il 29).
Thierry Bignamini

