Il Referendum è morto? Chi l’ha ucciso?
Con il voto di circa il 23% degli aventi diritto falliscono miseramente i referenda elettorali ed il risultato viene salutato da più parti come un successo politico.
Come è ormai tradizione, infatti, il cosiddetto “fronte del no” si è speso per l’astensione.
Da Rifondazione Comunista fino a La Destra, passando per Lega Nord e UDC l’invito agli elettori è stato chiaro: disertare le cabine.
Solo l’Italia dei Valori e il Partito Radicale, tra i partiti contrari, hanno fatto una blanda campagna elettorale per il “NO”.
Quale che sia l’opinione di ciascuno sul merito dei singoli quesiti, ciò che lascia perplessi è il messaggio che i partiti hanno lanciato, e che lanciano ad ogni occasione referendaria ormai da almeno un decennio. Sin dai famosi referenda radicali del 2000, infatti, da tutto l’arco costituzionale si sprecano gli inviti all’astensione, accompagnati da spiegazioni che vorrebbero la materia (qualsiasi materia) troppo complessa per essere decisa tramite una consultazione elettorale, troppo tecnica per essere compresa dal cittadino, troppo distante per destare interesse.
Ovviamente la prima, evidente, ragione di questo fenomeno è puramente artimetica: pur essendo l’Italia un paese in cui tradizionalmente l’affluenza è molto alta, ovviamente, c’è un tasso di astensionismo endemico che si attesta tra il 10 e il 25% degli aventi diritto (nelle elezioni politiche, ben di più nelle consultazioni referendarie); è chiaro, quindi, che basta convincere il 30% degli aventi diritto a non presentarsi ai seggi per vincere invalidando un referendum.
Se già questo ragionamento è scorretto, ciò che più dovrebbe irritare l’opinione pubblica è l’evidente disprezzo che – a turno – le forze politiche le dimostrano: quello stesso cittadino che viene blandito ed esaltato in nome della democrazia in occasione delle elezioni, infatti, viene caldamente invitato a stare a casa, a non immischiarsi in faccende più grandi di lui, a lasciar lavorare chi sa.
Curioso concetto di democrazia è quello di una classe politica che non ama i propri elettori, che sfrutta l’assurdità del linguaggio burocratico per complicare questioni (come quelle poste dai tre più recenti quesiti) semplici al limite della banalità. Una democrazia rappresentativa nella quale il cittadino non può scegliere i propri rappresentanti (grazie al porcellum) e viene invitato a non esprimersi nemmeno sull’operato di quegli stessi rappresentanti tramite quello che rimane l’unico, piccolo, strumento di democrazia diretta previsto dall’ordinamento italiano.
La più grave, perversa, conseguenza di questo malcostume è lo screditamento dello stesso istituto referendario: da destra (ma non solo) si grida allo scandalo per il costo delle consultazioni (e a farlo sono gli stessi che si opponevano all’accorpamento con le elezioni europee) e al contempo si innalza un lamento funebre quantomai ipocrita per uno strumento che sarebbe ormai inviso ai cittadini.
Sarà facile, dopo aver provocato la crisi del referendum, cancellarne i risultati (penso soprattutto al referendum sull’energia nucleare del 1987), togliendo per l’ennesima volta ai cittadini la possibilità di influire concretamente sulle decisioni dello stato.
Ad urne chiuse già si parla di riformarne la disciplina, ed in un paese il cui governo preferisce di gran lunga il plebiscito al referendum è legittimo il timore di un’ennesima svolta autoritaria di cui – stavolta – anche la sinistra sarà complice.













